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Pitigliano

PITIGLIANO

Il panorama di Pitigliano costituisce una delle viste più suggestive della Maremma: le case del paese sembrano scolpite nel tufo stesso della rupe da cui sorgono. Città dalle remotissime origini, vanta 4.000 anni di storia: rilevante insediamento etrusco, fu chiamata la “Piccola Gerusalemme” per la fiorente comunità ebraica che vi ha prosperato tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘900. Il fascino del borgo si intensifica particolarmente in occasione della Torciata di San Giuseppe, emozionante processione notturna, residuo di antichi rituali pagani, che, attraversata una suggestiva via cava, si conclude nella piazza del paese con l’accensione del fantoccio che rappresenta l’inverno. Tanta storia e bellezza concentrati in un solo centro non potevano non essere riconosciuti con l’ingresso tra i Borghi Più Belli d’Italia e, grazie all’eccellente accoglienza turistica, con la concessione della Bandiera Arancione del Touring Club. Durante la sosta in questo borgo non può mancare la degustazione della cucina tipica, in cui, tra i vari piatti caratteristici della Maremma, spiccano i pici, semplice pasta fatta a mano, e gli sfratti, dolci caratteristici del periodo natalizio a base di frutta secca e miele, nati dalla contaminazione con la cucina ebraica. Non bisogna dimenticare di fare una visita anche alle sue cantine, magari durante la caratteristica festa di inizio settembre, dove si potrà gustare l’ottimo DOC Bianco di Pitigliano

DA VEDERE

Palazzo Orsini. Uno degli elementi più caratteristici del paesaggio di Pitigliano è la possente rocca che difende il paese sull’unico lato non protetto da profondi dirupi naturali. Realizzata nel ‘300, ripresa e ampliata più volte fino al ‘500, fu la dimora dei conti Orsini, signori di Pitigliano. Acquistata nel 1604, con il resto del feudo, dai Granduchi di Toscana, fu poi donata nel 1793 al vescovo di Sovana; tutt’ora ospita la residenza vescovile e gli uffici della diocesi di Sovana-Pitigliano-Orbetello. Alcune sale del palazzo, dove recenti restauri hanno rimesso in luce affreschi quattro-cinquecenteschi, ospitano il Museo di Palazzo Orsini che accoglie numerosi oggetti di arte sacra di proprietà della diocesi e oggetti di arredo che rimandano alla lunga storia dell’edificio. Di particolare interesse una statua lignea raffigurante Niccolò III Orsini, conte di Pitigliano, acquistata sul mercato antiquario dallo Stato italiano e concessa in deposito a questo museo.

Museo Archeologico della Civiltà Etrusca. Collocato anch’esso all’interno di Palazzo Orsini, presenta i materiali della collezione Vaselli, formatasi negli anni ’50 con gli scavi nella necropoli etrusca di Poggio Buco e donata al comune di Pitigliano. Sono presenti anche numerosi altri reperti archeologici provenienti da vari interventi di scavo realizzati dalla Soprintendenza a Pitigliano e nei suoi dintorni, che illustrano la storia del paese a partire dalla preistoria.

Antico Ghetto e Sinagoga con Museo Ebraico. A Pitigliano trovarono rifugio, soprattutto a partire dal ‘500, numerosi ebrei in fuga dalle leggi repressive dello Stato della Chiesa e della Toscana. Si formò così una numerosa e prospera comunità ebraica, che fece meritare nell’800 alla cittadina l’appellativo di “Piccola Gerusalemme”. Oggi in paese rimangono solo pochi esponenti di religione ebraica, ma negli anni ’90 su iniziativa dell’amministrazione comunale sono stati restaurati la sinagoga, fondata alla fine del ‘500, e gli altri antichi ambienti legati alle pratiche religiose ebraiche, come il forno degli azzimi e la sala per i bagni rituali, inseriti poi in un percorso tematico che costituisce il Museo della Cultura Ebraica.

Cava di Poggio Cani e Cava di San Giuseppe. Le due vie cave, antichi percorsi viari scavati e incassati profondamente nel tufo, costituivano i primi tratti della strada che univa Pitigliano a Sovana: la prima via cava (di Poggio Cani), scavata sui fianchi della rupe del paese, scende verso il fiume Lente, fiancheggiata da vecchie cantine, stalle, tombe etrusche riadattate a vari usi, scavate nel tufo addossate le une alle altre; la seconda invece (di San Giuseppe), sulla riva opposta del fiume,  lambiva una necropoli di tombe etrusche a camera, a testimoniare l’antichità del percorso e risaliva sulla sommità del pianoro che fronteggia il paese.

Museo all’Aperto A. Manzi. Quello che a tutti gli effetti è in realtà un parco archeologico, è posto sulla rupe che fronteggia il paese. E’ stato dedicato ad Alberto Manzi, già sindaco di Pitigliano, famoso per la trasmissione dalla Rai realizzata nell’immediato dopoguerra dal titolo “Non è mai troppo tardi”, che ebbe un importante ruolo nell’alfabetizzazione degli italiani, reduci dai disastri della Seconda Guerra Mondiale. Il visitatore all’ingresso è accolto dalla ricostruzione di una capanna dell’età del bronzo e da quella di una casa etrusca. Il percorso poi prosegue seguendo un’antica via cava (la via del Gradone), probabilmente di origine etrusca, che attraversa una necropoli di tombe a camera (necropoli del Gradone), in una delle quali è ricostruito l’aspetto di una sepoltura di età arcaica appartenente a una coppia di coniugi con il loro corredo funerario. Al termine del percorso, sul fondovalle del torrente Meleta, si raggiunge una seconda necropoli, con tombe a camera e a cassone di epoca arcaica e a fossa di epoca ellenistica (necropoli di San Giovanni), tra le quali merita particolare attenzione una con particolari architettonici scolpiti nel tufo.

STORIA

Le prime tracce di una presenza umana sulla rupe di Pitigliano risalgono alla media età del bronzo (XVII secolo a.C.) e da allora si può dire che non fu quasi mai abbandonata;  fu fiorente centro etrusco a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C., posto sulla via che da Vulci risaliva verso l’Etruria interna, mettendo in comunicazione la valle del Fiora con l’area tiberina. Testimonianza di questa fase sono alcuni tratti delle mura in blocchi di tufo e numerose necropoli poste nel circondario, che talvolta, nonostante secoli di depredazioni, hanno restituito resti di ricchi corredi. Più scarse le tracce riportabili all’epoca romana, tra le quali è comunque da ricordare un impianto termale poco fuori del paese (Quattro Strade), costruito probabilmente sull’area di un più antico santuario. Nonostante la leggenda che lo farebbe derivare dalla fusione del nome di due antichi romani, qui rifugiatisi dopo aver rubato la corona di Giove in un tempio di Roma (Petilio e Ciliano), la più antica citazione del nome di Pitigliano è in una bolla di papa Niccolò II, del 27 aprile 1061, diretta al capitolo della cattedrale di Sovana, dove è citata la sua Pieve. Fece parte nel XII secolo, della cosiddetta Terra Guiniccesca, che comprendeva Sorano, Vitozza, Farnese, Ischia, e altri castelli minori, che nel 1168 fu sottoposta dal suo ultimo signore, Ranieri di Bartolomeo, al Comune di Orvieto. Nonostante questo nel 1210 per concessione dell’imperatore Ottone IV, venne infeudata ai conti Aldobrandeschi, seppure i Comuni di Siena e Orvieto gliela contesero a lungo. Non molto tempo dopo, con la divisione della contea tra i cugini Ildebrandino di Bonifazio e Ildebrandino di Guglielmo, del 1274, Pitigliano spettò a quest’ultimo, entrando a far parte della contea di Sovana. Alla morte di Margherita Aldobrandeschi, ultima discendente della famiglia, la contea passò agli Orsini, attraverso il matrimonio di Anastasia, figlia di Margherita, e Romano di Gentile Orsini, che spostarono la capitale da Sovana a Pitigliano. Con il passare del tempo la Repubblica di Siena conquistò uno dopo l’altro i castelli della contea, che alla fine si ridusse ai soli territori di Pitigliano e Sorano. Il ‘500 fu un periodo piuttosto turbolento per il piccolo stato: a causa di numerose azioni tiranniche e spregiudicate dei conti, a Pitigliano scoppiarono più volte rivolte popolari, che culminarono nel 1547 con la fuga del conte Gianfrancesco e l’acclamazione da parte del popolo come nuovo conte del figlio Niccolò IV. La situazione tuttavia non migliorò: il nuovo conte risultò ancora più despota del padre, arrivando a ristabilire antiche leggi feudali, ormai cadute in disuso, come la ‘ius primae noctis’, tanto che nel 1562 i pitiglianesi si rivoltarono nuovamente invocando la protezione dei Medici di Firenze, che da tempo bramavano di mettere le mani sulla piccola contea ai confini meridionali del loro stato. Gli Orsini riuscirono a mantenere ancora il possesso della contea, ma solo sotto il controllo di Firenze, che, con un’accurata politica diplomatica, alla fine nel 1608 riuscì ad acquistarla dall’ultimo conte di Pitigliano, Gian Antonio Orsini, ceduta  al Granduca Ferdinando I de’Medici in cambio dell’estinzione di tutti i suoi debiti e la concessione del Marchesato di San Savino. L’annessione al Granducato di Toscana non comportò per Pitigliano dei miglioramenti: in questo periodo l’unica opera pubblica di un certo rilievo realizzata fu infatti l’acquedotto, elemento ancora oggi caratterizzante il profilo del paese; anche la comunità ebraica, diventata numerosamente consistente dopo le migrazioni dovute alle leggi persecutorie degli stati vicini, che aveva prosperato sotto la protezione degli Orsini, si ritrovò sottoposta alle leggi discriminatorie del nuovo stato, che impose agli ebrei la reclusione in un ghetto e l’obbligo di indossare un segno distintivo: per gli uomini un cappello rosso e per le donne una manica rossa.

La situazione cominciò invece a migliorare, sotto molteplici punti di vista, con il passaggio del Granducato di Toscana ai Lorena, dopo l’estinzione della famiglia Medici alla morte di Gian Gastone nel 1737. Ai Lorena infatti si deve la realizzazione, per la prima volta, di un ponte sul fosso Meleta e la costruzione di nuovi quartieri di abitazione. Nel 1844 fu trasferita da Sovana a Pitigliano la sede della diocesi, anche se in realtà già da tempo il vescovo vi si era trasferito; allo stesso modo, sotto il governo illuminato della nuova dinastia, cominciò un periodo di particolare floridezza per la comunità ebraica, che raggiunse la massima espansione, arrivando a contare 400 componenti su 2.200 abitanti complessivi.

Nel 1860 Pitigliano entrò con il resto della Toscana nel Regno d’Italia, vedendo proseguire il processo di ammodernamento già iniziato con i Lorena.

Nel 1938 le leggi razziali diedero il colpo di grazia alla comunità ebraica, che da qualche tempo era già in crisi, a causa di una forte emigrazione verso le città più grandi, trauma da cui mai più si riprese. La città fu anche oggetto di un bombardamento alleato il 7 giugno 1944, che causò la morte di ben 80 persone e i cui segni rimasero evidenti a lungo all’ingresso del centro storico del paese. Pochi giorni dopo (11 giugno) i partigiani pitiglianesi, con l’appoggio di alcuni carabinieri della locale caserma, riuscirono a sottrarre  la città al controllo delle truppe tedesche, mantenendolo fino all’arrivo delle forze alleate. Pitigliano oggi una fiorente cittadina di circa 3.000 abitanti.