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Vulci

VULCI

Il luogo dove sorgeva una delle più ricche e potenti delle città-stato etrusche è oggi un lembo di Maremma intatto e carico di fascino, lontano da tutti i centri abitati, dominato dalla possente rocca della Badia posta a controllo dell’ardito ponte medioevale che oltrepassa il fiume Fiora. Le sue necropoli hanno restituito fin dall’800 una enorme massa di materiali preziosi che, finito sui mercati antiquari, oggi sono il vanto dei principali musei archeologici del mondo. Il parco Archeologico e Naturalistico di Vulci offre un oasi di tranquillità e di grande suggestione, come affermava lo scrittore David H. Lawrence, “c’è qualcosa di inquietante a Vulci, qualcosa di molto bello”.

DA VEDERE

Castello e ponte della Badia con Museo Archeologico di Vulci. Il castello della Badia, particolarmente ben conservato, è citato fin dal 1012, quando, già allora, era posto a presidio del ponte medievale costruito su piloni di epoca etrusco-romana, ancor oggi visibile, che permetteva il superamento del fiume Fiora. Fece parte dei possedimenti della famiglia Farnese almeno dalla metà del ‘400, entrò quindi a far parte del ducato di Castro, costituito nel 1537, fino al suo incameramento da parte del governo pontificio, dopo la distruzione della sua capitale nel 1649. Entrato a far parte del principato di Canino, creato nel 1814 da papa Pio VII per Luciano Bonaparte, nel 1855 fu acquistato dalla famiglia Torlonia. Negli anni ’50 divenne sede dell’Ufficio Scavi di Vulci, e nel 1975 vi fu inaugurato il Museo Archeologico Nazionale di Vulci. Nel 2016, dopo una breve chiusura, il museo è stato riaperto al pubblico con un allestimento completamente nuovo, fortemente didattico, caratterizzato dalla presenza di numerose ricostruzioni e illustrazioni ad acquarello.

Area Archeologica di Vulci. L’area dell’antica città di Vulci con le sue necropoli è inserita nel Parco Archeologico Naturalistico, area protetta che si è andata costituendo a partire dagli anni ’90. Tra i resti monumentali più degni di nota tra quelli finora portati alla luce, vi sono quelli della cosiddetta “Domus del Criptoportico”, antica abitazione di epoca romana estesa per oltre 3.000 mq, con pavimenti a mosaico e ambienti sotterranei perfettamente conservati; nelle sue immediate adiacenze è presente anche un Mitreo, individuato nel 1975 a seguito a uno scavo clandestino, fortunatamente tempestivamente bloccato dalle forze dell’ordine. Lo scavo archeologico che ne seguì permise di mettere in luce tutto l’ambiente sotterraneo con banconi laterali, caratteristico dei luoghi destinati al culto del dio Mitra, rinvenendo anche due gruppi scultorei che rappresentavano il dio Mitra nel consueto atto di uccidere il toro; una copia della scultura maggiore è stata ricollocata in situ.

Le necropoli erano disposte su tutte le alture che circondavano il pianoro della città, su entrambe le rive del Fiora. Sulla riva destra, nella necropoli dell’Osteria, è stato recentemente attrezzato per la visita un gruppo di tombe a camera e a fossa: tra queste particolarmente imponenti la Tomba dei Soffitti Intagliati e la Tomba della Sfinge. Numerose importanti sepolture sono presenti anche nelle necropoli orientali, sulla riva sinistra del Fiora: fra queste la più interessante è sicuramente la Cuccumella, un’imponente tomba a tumulo datata alla fine del VII secolo a.C., attraversata da numerosi cunicoli scavati dai Torlonia nel vano tentativo di intercettare un’altra camera funeraria, oltre a quelle già rinvenute. Sul costone affacciato sul corso del fiume Fiora si aprono numerose tombe a camera scavate nella roccia. Tra queste di particolare importanza la famosa Tomba François, così chiamata dal nome del suo scopritore, le cui pitture una sono state staccate ed oggi conservate a Palazzo Torlonia a Roma; oltre a questa sono visitabili anche la Tomba delle Iscrizioni e la Tomba dei Tori.

Lago del Pellicone. Il Parco di Vulci comprende anche un’area naturalistica di grande interesse. Al suo interno si trova il suggestivo lago del Pellicone, recentemente utilizzato nel serial “Il Nome della Rosa” e ancor prima nei film “Non ci Resta che Piangere” e “Tre Uomini e una Gamba”. Si tratta di un piccolo lago, alimentato da una cascata, chiuso tra erte pareti di roccia vulcanica, luogo sicuramente di grande fascino, inserito in un percorso di trekking, ideale per momenti di riposo e relax.

STORIA

L’antica città di Vulci si formò all’inizio dell’età del ferro (IX secolo a.C.) per l’apporto demografico delle popolazioni della valle del Fiora, che abbandonarono i loro villaggi sparsi nel territorio per confluire sul pianoro al centro della fertile piana costiera, esteso per circa 120 ettari. Una delle tombe a incinerazione recuperate nella necropoli orientale della città, pertinenti a una donna adulta e una bambina vissute nel IX secolo a.C., ha restituito un gruppo di bronzetti nuragici, chiara indicazione di come fosse ampio il raggio dei contatti della città fin dalla sua prima fondazione. Nonostante questo, Vulci sembra comunque raggiungere il momento di massimo splendore nel VI e V secolo, come indicano i ricchi corredi restituiti dalle sue necropoli, caratterizzati dalla presenza di una grandissima quantità di ceramica attica a figure nere e figure rosse; nello stesso periodo ha anche grande sviluppo la scultura in pietra locale, con leoni, sfingi, centauri e altri animali fantastici che vanno a decorare l’ingresso delle sepolture. A questa fase della storia della città si riferisce uno dei pochi episodi di storia etrusca noti, tramandato sia dalle fonti romane, sia dalle pitture della tomba François, dove i fratelli Vibenna, originari di Vulci, e Macstarna, futuro Servio Tullio, si oppongono a un Tarquinio di Roma e i suoi alleati.

Dopo la metà del V secolo la città attraversa un periodo di crisi, che sembra superare solo un secolo più tardi; siamo nel periodo più intenso dello scontro con Roma e forse non è un caso che, sempre nella tomba François, le pitture con l’uccisione del condottiero romano Gneo Tarquinio e dei suoi alleati da parte dei vulcenti Vibenna, siano contrapposta alla scena del sacrificio dei Troiani (antenati dei Romani) da parte di Achille sulla tomba di Patroclo. Alla fine Vulci, alleata con Volsini (Orvieto), verrà definitivamente sconfitta da Roma nel 280 a.C. e privata di tutta la parte costiera del suo territorio. Inizia così una fase di lenta, ma inesorabile decadenza, che prosegue anche in epoca imperiale. Nonostante questo nel IV secolo d.C. divenne probabilmente sede vescovile, ma dopo le incursioni saracene che devastarono questo, come altri centri costieri della Maremma, la sede della diocesi fu trasferita a Castro e della città si perse anche il ricordo, echeggiato solo nel nome rimasto al pianoro su cui era sorta: “Pian de’ Voci”.

Solo nella metà del ‘400 l’erudito domenicano Annio da Viterbo propose per la prima volta che Vulci fosse collocata su Pian de’Voci; la sua ipotesi rimase però a lungo inascoltata e contestata, trovando conferma solo nel ‘700 con i primi scavi nell’area archeologica. Fu comunque nell’800 che Vulci divenne famosa, a seguito delle rapinose esplorazioni di Luciano Bonaparte, principe di Canino, e del tuscaniese Vincenzo Campanari,  che permisero di recuperare numerosi ricchissimi corredi funerari, finiti poi sul mercato antiquario e per questa via giunti nei principali musei europei (British Museum e Louvre in testa). Con la seconda metà dell’800 la tenuta passò dai Bonaparte ai Torlonia, che comunque proseguirono l’opera di saccheggio dei loro predecessori: è per questo che le pitture della tomba François, la più celebre della necropoli vulcente, tutt’ora giacciono nascoste al pubblico, dopo essere state staccate, nel palazzo Torlonia a Roma. Altri gravi danni al patrimonio archeologico vulcente furono causati nel 1919 dalla realizzazione di una centrale elettrica sul Fiora, a causa dei lavori di canalizzazione che attraversarono sia il pianoro della città sia la necropoli dell’Osteria, sia quelli di cavatura della pozzolana necessaria alle diverse strutture, che cancellarono senza riguardo tutte le tombe che investirono. Ulteriori distruzioni avvennero dopo la seconda guerra mondiale, a seguito delle bonifiche dell’Ente Maremma, quando i nuovi mezzi meccanici, utilizzati per la prima volta in questa parte di Maremma, provocarono ulteriori perdite, dando anche un notevole impulso a scavi clandestini e saccheggi. Finalmente nel 1975 venne inaugurato il Museo Archeologico di Vulci, posto nel castello della Badia, e negli anni 90, grazie all’istituzione del Parco Archeologico e Naturalistico, è iniziata una nuova fase dell’archeologia vulcente.