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Sovana

SOVANA

Piccolo gioiello di epoca medioevale, circondato da un anello di suggestive necropoli di epoca etrusca, Sovana è un vero luogo da favola, come dimostra il fatto che vi siano stati girati alcuni film particolarmente evocativi come “Le Meraviglie” di Alice Rohrwacher e “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone. Un tempo capitale della contea aldobrandesca, che comprendeva pressoché tutta la provincia di Grosseto e tratti di quelle vicine, diede i natali a papa Gregorio VII, protagonista del famoso episodio di Canossa; delle sue glorie passate è splendido esempio la cattedrale dedicata ai SS. Pietro e Paolo, uno dei monumenti di arte romanica più importanti della Toscana. Seppure molto piccolo il borgo offre anche diversi ristoranti tipici dove è possibile gustare la tipica cucina maremmana, quali l’acquacotta e il buglione d’agnello, ovviamente conditi con l’olio locale e accompagnati con un rosso Sovana DOC

DA VEDERE

Cattedrale di SS. Pietro e Paolo. Cuore dell’antica diocesi, fu realizzato a più riprese tra il X e il XIII secolo. Di grande pregio il portale decorato da numerosi bassorilievi, alcuni dei quali provenienti da un edificio sacro più antico. L’interno è suddiviso in tre navate, con una serie di colonne dai capitelli uno diverso dall’altro; su quello più vicino alla porta d’ingresso sono presenti alcune scene del’Antico Testamento, fra cui Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre e Daniele nella fossa dei leoni. La cripta è forse la parte più antica dell’edificio, probabilmente risalente già alla seconda metà del X secolo, sostenuta da una selva di rozze colonne.

Piazza del Pretorio. È un angolo del borgo in cui il tempo sembra si sia fermato a molti secoli fa; su di essa si affacciano diversi edifici di epoca medioevale e rinascimentale di grande interesse. Il più antico è forse la chiesa di San Mamiliano, protettore di Sovana, sorta sui resti di un edificio termale di epoca romana; rimasta a lungo abbandonata e ormai diruta, è stata recentemente ristrutturata e destinata a sede di un piccolo museo con reperti di epoca etrusco-romana. Accanto ad essa si trova Palazzo Bourbon del Monte, appartenuto a una delle famiglie più nobili e antiche della Toscana, realizzato nel XVII secolo al di sopra di una più antica loggia cinquecentesca addossata alla chiesa di Santa Maria (v.). Il lato frontale della piazza è occupato dal Palazzo Comunale, detto anche Palazzo dell’Archivio, su cui è collocato l’orologio pubblico, della cui esistenza si ha notizia fin dal XVI secolo. Sul lato destro della piazza sono posti la Loggia del Capitano, con il grande stemma di Cosimo I de’Medici, e il Palazzo Pretorio, antica sede del governo della città, su cui sono infissi numerosi stemmi di capitani e commissari dei governi senese e mediceo.

Chiesa di S. Maria. Forse una delle più suggestive chiese romaniche della Maremma, piccola e raccolta, ma ricca di testimonianze artistiche. La principale è sicuramente il rarissimo ciborio di epoca preromanica, unico esempio attestato in Toscana, la cui realizzazione è attribuita a maestranze comacine del IX secolo, probabilmente proveniente da una chiesa più antica andata distrutta. Pregevoli anche una serie di affreschi cinquecenteschi: ai lati dell’ingresso due nicchie con Madonna col Bambino tra S. Barbara e S. Lucia e Crocefissione tra i santi Antonio e Lorenzo; nella Cappella dell’Assunta sul soffitto i quattro Evangelisti con Dio benedicente e alle pareti una Madonna con Bambino e Santi, da attribuire a un pittore di scuola umbro-senese della cerchia di Andrea di Niccolò.

Rocca Aldobrandesca. Realizzata dalla famiglia degli Aldobrandeschi, che la utilizzavano come dimora quando soggiornavano nella loro capitale, era posta a difesa dell’unico tratto del perimetro della città non protetto da profondi strapiombi. Fu completamente ristrutturata dal Granduca Cosimo I de’Medici, quando non lontano correva il confine del suo stato con la Contea di Pitigliano. Smantellata nel XVII secolo, dopo l’annessione del piccolo stato confinante, alla metà del ‘700 era già ridotta a rudere. Tutt’oggi, seppure diruta e non accessibile, costituisce uno dei monumenti più suggestivi di Sovana.

Parco dei Tufi – Necropoli etrusca. Le rupi che circondano l’abitato di Sovana sono tutte interessate da numerose necropoli di epoca etrusca, databili tra l’epoca arcaica (VII-VI sec.a.C.) e quella ellenistica (III-II sec.a.C.). Le tombe più rilevanti si trovano a ovest del paese e si caratterizzano per la presenza di facciate monumentali, talvolta anche molto imponenti, scolpite nel tufo. La tomba più interessante è sicuramente la Tomba Ildebranda, così battezzata per onorare il più famoso cittadino sovanese: Ildebrando da Sovana, papa con il nome di Gregorio VII. Al di sopra della camera funeraria era stata realizzato un monumento che riproduceva un antico tempio etrusco, con colonne (una sola conservata per intero), timpano e fregi decorati. Sullo stesso costone è presente la Tomba dei Demoni Alati, crollata in antico e recentemente riportata alla luce, l’unica che reca ancora abbondanti tracce dell’originaria policromia; poco oltre la tomba Pola, che riproduceva la facciata di un tempio, ma di cui oggi per erosione e crolli, rimane un’unica colonna. Sul costone che fronteggia questo nucleo sepolcrale, fra numerose semplici tombe a semidado, alcune delle quali con inscrizioni, è da ricordare la Tomba della Sirena, una delle prime ad essere rese note, già nella prima metà dell’800: sul frontone dell’edicola è raffigurato un essere mostruoso con torso umano e doppia coda di pesce, mentre accanto a lui si librano due figure umane alate, scena molto simile a quella della Tomba dei Demoni Alati.

Il Cavone è la più ampia e più celebre delle vie cave di questo territorio, antico percorso tracciato in epoca etrusca per permettere di risalire agevolmente dal fondovalle al pianoro soprastante, lungo la strada che da Sovana portava verso Chiusi e Orvieto. In prossimità del suo imbocco, purtroppo in un punto non più identificabile, nel 1912 furono rinvenuti un piccolo altare e una stipe votiva, i cui pochi resti recuperati sono oggi esposti nel Museo di San Mamiliano. In alto sulla parete sinistra della via cava, a confermarne l’antichità, è presente una iscrizione etrusca accompagnata da una svastica.

La Cava di San Sebastiano si apre sul costone opposto a quello del Cavone, non lontano dalla Tomba della Sirena, e probabilmente conduceva verso il corso del Fiora. E’ forse la via cava più suggestiva di questo territorio, per la notevole profondità e la larghezza estremamente ridotta. Su di essa si affaccia anche un antico oratorio rupestre, forse ricavato da una più antica tomba etrusca, caratterizzato dalla presenza di numerose croci incise sulle pareti.

STORIA

Anche Sovana, come i vicini centri di Pitigliano e Sorano, è stata abitata fin dall’età del bronzo. Nei pressi della Cattedrale scavi archeologici condotti negli anni ’90, oggi non più visibili, hanno messo in luce numerosi buchi di palo scavati nel tufo che hanno permesso di ricostruire la presenza di un gruppo di capanne a pianta ellittica disposte in maniera regolare sul pianoro, lunghe circa 10 m, databili all’età del bronzo finale (XI-X secolo a.C.). Dopo un breve periodo di abbandono (IX- prima metà VIII secolo a.C.), l’insediamento venne nuovamente occupato nella seconda metà dell’VIII secolo e da allora occupato senza soluzione di continuità fino ad oggi. La presenza nelle pitture della tomba François di Vulci di un guerriero che le iscrizioni indicano come di Sovana (sveamach), indicano come il centro etrusco dovesse avere una certa importanza in epoca arcaica (VI sec.a.C.), grazie anche alla sua posizione, sulle vie che mettevano in comunicazione Vulci con la valle del Tevere. Tuttavia il momento di massimo splendore sembra essere raggiunto da Sovana all’indomani della caduta di Vulci per opera di Roma  (281 a.C.), epoca in cui sono da collocare la maggioranza delle tombe monumentali della necropoli (III-II secolo a.C.).

Seppure poco documentata, la vita dovette continuare anche durante l’epoca imperiale romana, come dimostrano i resti dell’impianto termale su cui venne edificata la chiesa di San Mamiliano. Fu certamente elevata a sede episcopale in epoca piuttosto precoce, forse già in età tardo-antica e dovette avere una certa importanza nel VI secolo, se papa Gregorio Magno in una sua lettera del 592, manifesta la preoccupazione che la città si schieri con il duca longobardo di Spoleto, mettendo in pericolo Roma. Conquistata dai Longobardi, fu sede di un gastaldo, quindi capoluogo di un distretto amministrativo, ruolo che dovette continuare ad avere in epoca carolingia, sotto l’amministrazione di un conte. Entrata a far parte dello stato aldobrandesco, ne divenne la capitale dopo la distruzione di Roselle da parte dei Saraceni  nel 935.

Quando lo stato aldobrandesco nel 1274 fu diviso tra i due cugini Ildebrandino di Bonifazio di Santa Fiora e Ildebrandino di Guglielmo di Sovana, rimase capitale di una parte della contea ma quando agli Aldobrandeschi successero gli Orsini e la capitale fu spostata a Pitigliano, cominciò la sua inesorabile decadenza. Occupata da Siena nel 1410, gli Orsini invano tentarono di rioccuparla più volte, l’ultima nel 1555, approfittando della guerra che si concluse con l’occupazione  di Siena da parte di Firenze. L’occupazione non durò tuttavia a lungo, dal momento che il Duca Cosimo de’Medici, ne pretese la restituzione, quale parte integrante dello stato senese. Sotto il dominio mediceo il declino e lo spopolamento di Sovana si accentuarono ulteriormente, tanto che il granduca Ferdinando II, alla metà del ‘600, nel tentativo di ripopolarla vi inviò una colonia di 160 famiglie di Greci Mainotti (della Maina, zona del Peloponneso). L’impresa tuttavia non riuscì: la comunità non si integrò con la popolazione locale e nel 1702 era quasi estinta. Alla metà del ‘600 il paese era ormai talmente desolato che anche il vescovo decise di trasferirsi a Pitigliano.

I Lorena, subentrati ai Medici nel governo del Granducato di Toscana, si preoccuparono a loro volta dello spopolamento della cittadina: il granduca Francesco II nel 1743 vi inviò una colonia di 58 famiglie originarie della Lorena, sua terra di origine (regione della Francia al confine con Belgio, Lussemburgo e Germania), favorendone il trasferimento con la concessione di vasti appezzamenti di terreno, attrezzi agricoli ed esenzioni dalle tasse. Tuttavia la malaria, che imperversava anche in questa parte più interna della Maremma, decimò completamente la colonia: nel 1783, ormai quasi completamente spopolata,  la comunità di Sovana veniva così abolita e unita a quella di Sorano. Nel 1843, quando il viaggiatore e pittore inglese Ainsley vi giunse facendo conoscere al mondo per la prima volta la sua suggestiva necropoli etrusca, Sovana contava solo 110 abitanti, poco meno di quelli odierni.