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Tarquinia

TARQUINIA

Città sacra del mondo etrusco, Tarquinia, con le famose tombe dipinte della sua necropoli, fa parte del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Le numerose torri che caratterizzano il suo profilo, ne denunciano tuttavia l’importanza anche nel periodo medioevale, ben rappresentato dalla raffinatezza dell’antica chiesa romanica di Santa Maria in Castello. Il suo museo, collocato in un palazzo che costituisce uno dei più begli esempi di architettura rinascimentale della Tuscia, custodisce tra i più importanti tesori dell’arte etrusca esistenti. Se poi si vuole percorrere un viaggio alternativo nel suggestivo mondo degli Etruschi, basta scendere nelle viscere della città, dove, in un’antica cava di pietra, un’artista locale ha ricostruito oggetti, ambienti e tombe di questo antico popolo in quella che ha battezzato Etruscopolis. Per quanto riguarda la gastronomia, caratteristico di Tarquinia è il fungo ferlengo, la cui bontà è già decantata in un libro del XV secolo che fu messo all’indice dal Santo Uffizio con l’accusa di indurre i pellegrini ai peccati di gola; a questa prelibatezza è dedicata una sagra nel mese di settembre.

DA VEDERE

Museo Archeologico Nazionale e Palazzo Vitelleschi. Voluto dal potente cardinale Giovanni Maria Vitelleschi, generale dell’esercito pontificio, il palazzo fu realizzato tra il 1436 e il 1439, inglobando diversi edifici più antichi, oltre a un tratto delle antiche mura della città; costituisce uno dei più splendidi esempi dell’architettura rinascimentale della Tuscia. Entrato a far parte del patrimonio papale, poi della famiglia Soderini e infine del comune di Tarquinia, fu poi ai primi del ‘900 ceduto allo Stato che ne fece sede del Museo Nazionale Tarquiniese. Questi è uno dei più importanti musei di arte etrusca italiani, che raccoglie numerosi reperti provenienti dall’importante area archeologica della città. Tra i reperti più importanti: numerosi sarcofagi con la figura distesa del defunto sul coperchio, tra cui quello detto “del magistrato”, con una delle dieci iscrizioni etrusche più lunghe note; la splendida coppia di cavalli alati del IV secolo a.C. che ornava il frontone del tempio dell’Ara della Regina; le pitture di quattro tombe della necropoli di Monterozzi, distaccate per problemi di conservazione: le tombe della Nave, del Triclinio, delle Bighe e delle Olimpiadi.

Chiesa di Santa Maria in Castello. L’edificio sacro fu edificato alla metà del XII secolo, secondo lo stile romanico di influenza lombarda. Fu la cattedrale della città fino al 1435, dopodiché fu abbandonata, per essere infine sconsacrata nel 1567. Tra i tratti più interessanti, alcuni elementi ad intarsi marmorei di tipo cosmatesco: il portale d’ingresso e la bifora in facciata, il pavimento, il fonte battesimale ad immersione ornato da marmi policromi, l’ambone o pergamo, ovvero la postazione da cui si leggevano le Sacre Scritture, firmato da Giovanni di Nicola (1209), il ciborio di Guittone di Nicola, fratello del precedente. I numerosi capitelli in nenfro recano mostri e animali fantastici a rilievo, come è consueto nell’arte romanica.

Tempio dell’Ara della Regina. Sul pianoro della Civita, dove sorgeva la città etrusca e romana di Tarquinia, non sono molti i resti ancora visibili. Quello più imponente è sicuramente quello del tempio detto dell’Ara della Regina, uno dei più grandi conosciuti, di cui oggi rimane solo il basamento. Nato nel VII secolo, subì numerosi rifacimenti e ampliamenti fino ad assumere l’attuale forma monumentale nel IV secolo a.C.. Da qui proviene una lastra di terracotta con una coppia di cavalli alati ad altorilievo che costituisce il simbolo del Museo Nazionale di Tarquinia.

Necropoli. Le necropoli dell’antica Tarquinia occupavano le alture circostanti il pianoro della Civita, dove sorgeva la città. Il nucleo più importante era sul pianoro detto di Monterozzi, prossimo alla città moderna, dove si trovano numerose tombe con pitture alle pareti, peculiarità e vanto di questa area archeologica (Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO dal 2004). Tra le molte presenti, da ricordare la Tomba dei Tori (540 a.C.), una delle più antiche note, con la raffigurazione dell’agguato di Achille a Troilo e due scene erotiche; la Tomba della Caccia e Pesca (530 a.C.); la Tomba degli Auguri (530 a.C.), cosiddetta per l’errata interpretazione di due figure maschili ai lati di una finta porta, che in realtà sono in atteggiamento di commiato ai lati della rappresentazione dell’ingresso nel sepolcro; la Tomba del Cacciatore (fine VI-inizio V secolo a.C.), che riproduce una tenda per la caccia attraverso la quale, in trasparenza, si vedono particolari del paesaggio circostante. Appartiene invece alla fase più recente della necropoli la tomba dell’Orco (IV secolo a.C.), posta nei pressi del cimitero attuale di Tarquinia, dove sono presenti figure di divinità e mostri dell’oltretomba.

STORIA

Secondo la tradizione etrusca, riportataci da fonti romane, Tarquinia venne fondata da Tarconte, che con Tirreno avrebbe guidato il suo popolo dall’Asia Minore all’Etruria, fondando la Dodecapoli etrusca; nell’Eneide di Virgilio è anche a capo di tutta la nazione etrusca e alleato di Enea nella sua guerra contro i Rotuli. Un altro mito ci è tramandato da alcune raffigurazioni su specchi etruschi, che lo rappresentano mentre assiste il divino fanciullo Tagete, miracolosamente scaturito dalle zolle rimosse da un aratro nei campi vicini a Tarquinia, nell’atto di insegnare ai saggi degli Etruschi l’arte dell’aruspicina, ovvero l’interpretazione del futuro osservando l’aspetto del fegato degli animali sacrificati. Al di là del mito, l’archeologia indica che durante la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.) sorse un vasto insediamento sui pianori di Civita e Monterozzi, area interessata già da presenze durante la Tarda età del Bronzo (XI-X secolo a.C.). Successivamente, a partire dalla metà dell’VIII secolo, l’area di Monterozzi venne abbandonata e riservata alle necropoli, mentre l’abitato si concentrò sul pianoro della Civita dove si sviluppò la città etrusca. I materiali restituiti dall’abitato e dalle necropoli indicano anche come, a partire dal VII e per tutto il VI secolo, dovettero operare nella città diversi artisti e artigiani provenienti dalla Grecia, rivelando un nucleo di verità nel racconto dell’origine della famiglia dei Tarquini, futuri re di Roma, il cui capostipite, Tarquinio Prisco, sarebbe nato a Tarquinia da Demarato di Corinto e una nobile etrusca, Tanaquilla. In effetti a Tarquinia doveva essere presente un’importante colonia greca, come hanno mostrato gli scavi di Gravisca, antico porto della città, dove è attestata la presenza di un emporio e un santuario frequentato da Greci, come indicano varie iscrizioni ivi rinvenute. D’altra parte le prime pitture nelle tombe di Tarquinia sembrerebbero proprio ad attribuire ad artisti greci provenienti dal mondo ionico.

Superata la crisi del V secolo, che interessa un po’ tutte le città etrusche, Tarquinia sembra assumere un ruolo egemonico all’interno della Dodecapoli etrusca. Non deve essere un caso, infatti, che siano tarquiniesi, guidate dal condottiero Velthur Spurinna, le navi che nel 413-412 giungono in Sicilia per portare l’aiuto etrusco agli ateniesi impegnati nell’assedio di Siracusa e altri esponenti della stessa famiglia risultano intervenire nelle lotte interne di Cere (Cerveteri) e Arezzo e portare aiuto ai Falisci impegnati contro Roma (358-351 a.C.). L’inevitabile scontro con la città tiberina si concluderà infine nel 281, quando, con l’ultima e definitiva sconfitta, Tarquinia sarà costretta a cedere la parte costiera del suo territorio, dove i Romani circa un secolo dopo dedurranno la colonia di Gravisca. L’epoca romana fu un periodo di decadenza per la città, così come per la maggioranza dei grandi centri etruschi; tuttavia le fonti indicano come alcune delle sue più importanti famiglie aristocratiche entrarono a far parte del senato di Roma: tra queste quella degli Spurinna, già protagonista della vita della città nel suo momento di massimo splendore, tra la fine del V e il IV secolo a.C.: era uno Spurinna, tra l’altro, l’aruspice che mise in guardia, invano, Cesare dalle Idi di Marzo. In epoca imperiale altri esponenti della famiglia ricoprirono il ruolo di console, ergendosi anche a protettori della loro città, ormai solo un piccolo centro di provincia, promuovendovi diversi interventi: in questo quadro si inseriscono la collocazione nel foro della città delle iscrizioni che celebravano le imprese degli Spurinna, la realizzazione di una statua  che rappresentava l’eroe Tarconte e l’istituzione del collegio dei 60 aruspici, al servizio di Roma. Nonostante la progressiva e crescente decadenza, Tarquinia divenne comunque sede di diocesi nel IV secolo d.C. e suoi vescovi parteciparono ai concili del 465 e 499. Sono scarsissime le tracce archeologiche di questo periodo della vita dell’insediamento: un’iscrizione, datata tra il 503 e il 504, cita un restauro delle terme pubbliche della città ad opera di un certo Aurelius, elemento che sembrerebbe dimostrare una certa agiatezza del centro. L’area del tempio dell’Ara della Regina alle soglie del Medioevo divenne luogo di sepoltura e ha restituito tracce di frequentazione fino al IX secolo d.C., ma l’antica città doveva essere ormai quasi completamente spopolata e priva di importanza, come dimostra il fatto che entro l’VIII secolo la sede episcopale venne soppressa e il suo territorio unito alla diocesi di Tuscania. I documenti testimoniano come tra il IX e l’XI secolo a Tarquinia avesse possedimenti il Monastero di San Salvatore sul monte Amiata e ciò che rimaneva della città, ridotta a un castello e un piccolo borgo su una propagine del pianoro della Civita denominato “la Castellina”, era sottoposto al potere imperiale, rappresentato da un gastaldo nominato dai marchesi di Canossa. Nel frattempo, a breve distanza da Tarquinia, nell’area dell’antica necropoli etrusca, nasceva Corneto, abitato sviluppatosi attorno a un’antica torre di avvistamento e ben presto diventato il centro più importante del comprensorio. Alla morte della contessa Matilde di Canossa nel 1115, Corneto divenne libero comune e affidò il castello di Tarquinia, che da lui dipendeva, a un certo Pandolfo di Vaccario, la cui famiglia assunse di fatto la signoria del piccolo borgo. Lentamente i signori di Tarquinia si resero sempre più indipendenti da Corneto, che per questo nel 1300 pretese invano un nuovo giuramento di fedeltà e sottomissione. Non avendolo ottenuto, il libero comune aprì le ostilità contro il vicino ribelle, tentando, con razzie e devastazioni sistematiche, di assoggettarlo definitivamente. Nel 1304 il borgo di Tarquinia fu messo a ferro e fuoco e tutte le costruzioni abbattute, ma, proprio quando era caduta anche la fortezza, l’amministrazione del Patrimonio di San Pietro, da cui dipendevano entrambe le città, intervenne a fermare i cornetani, condannandoli a risarcire i danni causati al vicino, e a pagare altissime multe per avergli mosso guerra senza la necessaria autorizzazione. Questo provvedimento rinviò, ma non impedì l’inevitabile: nel 1307 il castello di Tarqunia fu occupato e distrutto definitivamente, e i suoi abitanti obbligati a trasferirsi a Corneto, in un nuovo quartiere appositamente realizzato, denominato Castrum Novum.

Terminata traumaticamente la vita di Tarquinia, prosegue quella di Corneto, che nel 1355 il cardinale Albornoz e Giordano Orsini riportarono sotto l’autorità del papa, ponendo fine al libero comune. La città si avviò così, sotto l’egemonia della famiglia Vitelleschi, a diventare uno dei centri più importanti del patrimonio di San Pietro, come dimostra la concessione del rango di città nel 1435, per opera di papa Eugenio IV, che la eresse anche a sede di diocesi, ricavandone il territorio da quello delle confinanti diocesi di Viterbo e Tuscania. Nel 1504, con lo scoppio della peste, si accentuò il declino della città, già iniziato con la realizzazione del porto di Civitavecchia, che le sottrasse buona parte del flusso commerciale in precedenza gravitante su Corneto. La sua storia procedette quindi senza grandi eventi fino all’800: nel 1854 la sua diocesi fu unita a quella di Civitavecchia e nel 1872, ormai entrata a far parte dello stato unitario, assunse il nome di Corneto-Tarquinia, “rubando” in qualche modo quello dell’antica rivale. Nel 1922 perse il nome di Corneto assumendo solo quello di Tarquinia.

Nel 1928 passò dalla provincia di Roma a quella di Viterbo, istituita l’anno precedente. Oggi l’abitato di Tarquinia conta circa 12.000 abitanti (oltre 16.000 in tutto il territorio comunale).